Le giornate di metà luglio in cui Venezia è colma di turisti incuriositi da ogni suo diverso squarcio possono restare impresse nella memoria non solo per le meraviglie paesaggistiche ma anche per qualcosa che descrive con abilità epoche e situazioni lontane. I Solisti Veneti, diretti dal Maestro Carella, presentano alle Sale Apollinee della Fenice un programma non solo interessante ma ricco di un’umanità impalpabile, capace di attraversare Secoli di storia lontani tra loro e descrivendo con precisione il sentire collettivo legato ai vari scenari presentati. La “musica degenerata” cosa vuole rappresentare se non la capacità di narrare senza filtri tutto ciò che è intrappolato in un vissuto talvolta difficile, trasfigurandolo in modo commovente attraverso l’arte. Il Teatro “La Fenice” di Venezia è uno di quei luoghi in cui ci si sente sovrastati dalla forte impronta della memoria e poter celebrare la bellezza, pur ricordando come la libertà sia stata calpestata dalle dittature, è stato magistralmente sottolineato da compositori come Šostakovič. Il percorso proposto parte da Vivaldi, autore con il quale i Solisti Veneti si sono da sempre misurati, riuscendo a coglierne le differenti sfumature e proponendo interpretazioni che hanno segnato pagine di storia nella musica classica. Il Concerto per tre violini RV 551 in fa maggiore con solisti Lucio Degani, Glauco Bertagnin ed Enzo Ligresti è perfetta sintesi del violinismo osservato con una lente sotto i suoi diversi aspetti: le caratteristiche musicali di ciascuno dei solisti riflettono perfettamente tutte le sfaccettature di Vivaldi ed è così che nel primo movimento possiamo apprezzare il dinamismo di Degani, le sonorità ricche e pastose di Bertagnin e la cantabilità di Ligresti. Il primo tempo sembra racchiudere magicamente elementi che ritroveremo nei tempi successivi, l’idea di equilibrio che anima questa interpretazione vivaldiana viene assecondata da una vena estrosa che non stravolge questa prospettiva del Barocco ma riesce a renderla viva, umanizzandone ogni sfumatura. L’apparente staticità del secondo movimento è una vera e propria introspezione in cui si fondono elementi di carattere diverso creando quasi un intermezzo che accompagna ad un dinamico terzo movimento. Il finale del concerto di Vivaldi è una vera e propria tavolozza sonora in cui i climax uniscono l’intensità alla grande espressività carica di uno sprint gioioso. I Solisti di Carella confermano ancora una volta la perfetta padronanza del linguaggio Vivaldiano, lasciando aperta la prospettiva più complessa che alberga nella visione completa riservata agli ascoltatori alla fine della serata. I Solisti Veneti dal Barocco si dirigono verso fine Ottocento e primi del Novecento, cambia la percezione umana del singolo individuo, cambia il modo di narrare la realtà. Il punto di vista del solista, voce narrante principale, si unisce all’orchestra con una prospettiva nuova, a tratti dolorosa che riesce a mettere in evidenza come la prima guerra Mondiale abbia lasciato un segno importante nelle coscienze. Il brano di Hindemith “Trauermusik” Op 47 per viola ed archi, con solista Mario Paladin, è dedicato dall’autore al defunto Giorgio V, sovrano d’Inghilterra appassionato proprio di viola. Atmosfere in cui si mescolano ombre e luce vengono presentate dall’orchestra nell’introduzione mentre il solista, con tono evocativo che richiama un menestrello, introduce con quiete un tema pronto a trasformarsi in evocazione lucente ed introspettiva. Le armonie, sempre in bilico tra modo maggiore e minore, suggeriscono scenari che via via si animano in un dialogo sempre più fitto e denso sia nella scrittura che nella simbologia. Inevitabile pensare alle sonorità di Enescu, a quell’importanza attribuita a sfumature e dettagli che diventano espressione di un sentire profondo e meditato. Quella di Paladin è un’intensa interpretazione in cui si riscontrano tutti gli elementi descrittivi con sonorità pastose e calde della viola opera di Franco Simeoni. In “Kol Nidrei” Op 47 per violoncello ed archi con solista al violoncello Giuseppe Barutti l’orchestra dei Solisti di Carella presenta uno scenario denso e prepara un’atmosfera proiettata già sulla voce del solista. Barutti canta immediatamente con una intensità ed una bellezza di suono che non può non commuovere immediatamente. E’ un’interpretazione in cui tutto diventa arte trasfigurata, un messaggio che esprime attraverso un linguaggio musicale poetico la desolazione ed insieme la speranza. Il dialogo tra solista ed orchestra diventa una vera condivisione di pensiero e di emozioni, riuscendo a dipingere in musica l’immediatezza di pensiero. La luminosità trascendente che l’orchestra riesce a creare lascia spazio ad un canto espresso da Barutti in modo appassionato, ricordandoci quella stessa vis espressiva che associamo solo a grandi nomi come Rostropovič. Tutti gli elementi musicali diventano vivi in una narrazione in cui anche le armonie conclusive esprimono un pensiero onirico non appartenente alla caducità effimera intrappolata nel tempo. Barutti si conferma ancora una volta come sensibile artista ( anche il suo strumento è frutto del sapiente lavoro del liutaio Franco Simeoni). Il Maestro Carella, prima di procedere con la Chamber Simphony in do minore Op 110a di Šostakovič, legge le parole scritte dal compositore in cui spiega il significato profondo della sua opera, dedicata a tutte le vittime della guerra. La musica descrive in modo perfetto gli scenari desolati che riusciamo a vedere, le sonorità cupe sono espresse collettivamente dall’orchestra, il procedere grave e lento sembra svelare quelle macerie che lasciano spazio poi ad un improvviso ravvivarsi in cui il tema riappare trasfigurato, frammentario, scuotendo con un fare tempestoso che simboleggia la barbarie che travolge l’uomo. L’orchestra dei Solisti Veneti diretta da Carella in questo brano dimostra di essere incredibilmente versatile nel riuscire ad ottenere risultati eccellenti anche nel repertorio controverso del Novecento. Nei momenti in cui il ritmo marziale si trasforma in danza, richiamando quasi un macabro valzer, sembrano prendere la parola dei fantasmi, scene in cui ogni elemento diventa stridente senza mai escludere luminosità. L’improvviso ripetere per più volte il bussare pesante di un soldato sembra mostrarci la desolazione e la distruzione simbolica delle case, o forse il frammentarsi di un’umanità dimenticata. Šostakovič piange per la caduta dell’uomo nell’orrore, perché ha lasciato da parte la sua natura, eppure l’autore crea la speranza, la racchiude nel solo del violoncello, ed ancora una volta Barutti sorprende con una ricerca sonora perfetta. Il ritorno del tema principale riappare, trasformato ancora ed espresso con sentita espressività dal solo di Degani. I Solisti veneti regalano al pubblico entusiasta della Fenice due bis: l’ultimo movimento dell’Estate di Vivaldi con solista Degani ed un brillante Mozart con il primo tempo del Divertimento K 136.
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