Milano, città simbolo di modernità dove tutto sembra aggrovigliarsi tra i meandri della velocità, mostra un volto diverso a Villa Necchi Campiglio. La storica collaborazione tra i Solisti Veneti ed il FAI riesce a trasformare un angolo dell’immensa città per riportare gli ascoltatori ad una dimensione che non teme il salto nel passato. Così il giardino fiorito e ricco di verde della storica dimora costruita negli anni trenta del Secolo scorso, assieme alla musica del Barocco vivaldiano, diventano artefici del meraviglioso salto nel tempo. Le vetrate della sala, che possiede un’acustica davvero meravigliosa, permettono di poter osservare i colori che si mescolano con vivacità nel giardino antistante arricchendo attraverso il fascino bucolico la perfezione musicale con protagonista Vivaldi. I Solisti Veneti vantano una ricca tradizione nell’interpretazione della musica del “prete rosso” ed il programma presentato dal M°Carella alla direzione del gruppo ne evidenzia i diversi e contrastanti aspetti. L’Opera Ottava “Il cimento dell’Armonia e dell’invenzione” viene ben sintetizzata nei primi due concerti proposti: il Concerto n 5 in mi bemolle maggiore “La tempesta di mare” con solista al violino Glauco Bertagnin è d’impatto immediato nel gioco ondeggiante creato dall’orchestra. La vivacità che senza indugi si presenta nell’incipit orchestrale lascia già spazio agli interventi del solista che, con enfasi di suono, irrompe riportando alla luce un Vivaldi non scontato. Il gioco di contrasti, che da una descrizione ricca di elementi brillanti si assottiglia verso riflessioni più meditabonde, è di grande effetto non solo per la differenza timbrica ma per un sapiente destreggiarsi in sfumature, rientrando in un’ottica sorprendente da un punto di vista narrativo. Le caratteristiche del violinismo di Bertagnin sono generose nel presentare ampie masse sonore anche nei momenti più lirici perfettamente sostenuti da un’orchestra viva e partecipe, e riescono a far navigare gli ascoltatori con la fantasia. La bellezza di Vivaldi nel solleticare la fantasia degli interpreti lascia sempre un margine che, ben dosato con la comprovata esperienza e familiarità del gruppo orchestrale con l’autore, permette di ottenere un buon amalgama nel dialogo tra solista ed orchestra anche nei momenti più scoperti e rischiosi. Il Concerto n 6 in do maggiore “Il Piacere” con violino solista Enzo Ligresti presenta caratteristiche diverse, con un Vivaldi che pare giocare con la luminosa tonalità di do maggiore in modo naturale. Sin dall’inizio la vivacità predomina con scioltezza sia nel solista che nell’orchestra ed il virtuosismo insidioso che l’autore non lesina diventa immediatamente banco di prova rispetto l’abilità strumentale. Risulta efficace la sintesi di pensiero tra i Solisti di Carella e Ligresti, capaci di costruire una narrazione che non banalizza nulla ed anzi riesce a rendere animate le diverse sezioni con semplicità e chiarezza. La libertà dell’interprete abbraccia il pensiero collettivo dell’orchestra, supportato dagli interventi vivaci del violoncello di Barutti e del clavicembalo di Loreggian. Il Largo è immerso nell’espressività dolorosa e cullante che avvicina molto la musica di Vivaldi a Bach. I colori sonori che nascono partendo da un piano sussurrato riescono a regalare momenti di magia in cui la musica commuove per intensità del sentire. Il terzo movimento è animato da una rinnovata vivacità che promuove un linguaggio proiettato verso un’idea di virtuosismo in cui non ci sono staticità ma una esplosione di sonorità realizzata con eleganza sia dall’orchestra che dal solista. Le stagioni, cavallo di battaglia dei Solisti Veneti, con solista Lucio Degani, riescono ad essere sorprendenti per quell’aura di vivacità e vis espressiva che contengono ed è incredibile come ad ogni ascolto si presentino diverse, l’interpretazione di Degani piace per freschezza, capacità narrativa e non è mai scontato nel presentare ciascun tempo come un piccolo mondo perfetto. La Primavera ha una cantabilità delicata sia nella tessitura d’orchestra che nella voce solista ed il “sonno del capraro”, pur velato da una malinconia diffusa, riesce a lasciare ancora spazio ai colori luminosi che appariranno nella danza successiva. Il succedersi di immagini bucoliche riesce a trovare un buon equilibrio nel violinismo di Degani, controllato ed allo stesso tempo capace di lasciare spazio ad interessanti spunti poetici. L’Estate riesce a dare pieno spazio alla fantasia da parte dell’orchestra presente e pronta a rispondere alle interessanti proposte sonore del solista. Il “meriggiare pallido ed assorto” che pare narrato da Vivaldi nell’Allegro iniziale dell’Estate dà vita ad un excursus interessante che giunge al climax del temporale con una forza descrittiva d’impatto. La bravura nel saper interpretare pagine così note sta nel saper creare quella carrellata di immagini sempre diverse e ricche di vita in cui la natura sa trasformarsi in musica attraverso ciascuno degli strumenti d’orchestra. Particolarmente riuscito tutto il percorso che fa apparire ciascun istante delle Stagioni abbandonato al soffio potente del vento, al presentarsi di una natura che diventa viva in ciascun elemento scavando nell’animo umano. La magia delle Stagioni di Vivaldi sta proprio nel ripercorrere paesaggi diversi con animo nuovo, con la capacità di sapersi stupire nel vedere le cose ed è così che i Solisti Veneti diretti da Carella permettono agli ascoltatori di compiere questo viaggio. Riuscire a vedere il ballo della vendemmia attraverso la musica, saper trasformare elementi di indiscussa bellezza musicale in qualcosa di vivo e reale diventa la sfida più ambiziosa rispetto ad un capolavoro tanto conosciuto. Non c’è stato mai un momento in cui gli spettatori abbiano avuto l’impressione della mancanza delle immagini, ogni attimo è stato assorbito da una descrizione attenta che, aldilà degli elementi tecnici che rendono quest’opera bella ed allo stesso tempo rischiosa, ha saputo essere una carrellata di emozioni inglobate nel tempo. Gli applausi spontanei del pubblico dopo il temporale estivo hanno suggellato il gradimento massimo senza interrompere il flusso narrativo che anche nelle due successive stagioni ha saputo creare una passeggiata nel tempo. L’Autunno, musicalmente insidioso, è quasi un gioco di suoni tra cantabilità festose scandite dalla vivacità di tutta l’orchestra ed una natura avvolta tra i colori caldi e morbidi della terra. Nell’Inverno il freddo pungente che stride nelle armonie ardite si mescola all’ampiezza virtuosistica che coinvolge tutta l’orchestra trovando nell’interpretazione dei momenti di delicata poesia in quel focolare così atteso che permette di osservare il candore della neve da una finestra e sognare. Finale brillante con una natura che pare sfidare il coraggio dell’uomo. Acclamati bis con l’ultimo movimento del concerto RV 127 di Vivaldi, estroso e dinamico ed un Albinoni che dimostra come un tempo fugato possa essere un inno di equilibrio e bellezza.
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