Il cammino di un artista è spesso sorprendente, appaiono talvolta come dei bagliori le idee che si espandono in modo imprevisto e geniale, riuscendo a dare voce ad un pensiero coerente e di piena maturità intellettuale. Il dinamismo interiore, figlio indiscusso di quel “panta rei” che governa inesorabilmente il mondo, diventa flusso vitale nell’interpretazione che il gigante del pianismo Grigory Sokolov ha regalato al gremito  Teatro Comunale Del Monaco di Treviso la sera del 10 febbraio 2026. Il percorso che Sokolov propone è imbevuto interamente in una riflessione quasi filosofica nell’affrontare autori che sono intrinsecamente legati tra loro. Il filo conduttore che si crea magicamente tra le pagine va oltre la perfezione tecnica, ritrovando i contenuti più intimi ed umani che trapelano dalle idee musicali proposte. La Sonata dalle ampie dimensioni, suddivisa nei canonici quattro movimenti, assume un significato particolare anche perché Sokolov crea una sorta di tempo sospeso ed indefinito che passa attraverso sonorità controllate e talvolta eteree creando una sostanza musicale simile ad un oracolo nel suo voler anticipare atmosfere.  Sokolov non presenta un Beethoven fatto di virtuosismo nella Sonata Op 7 ma lascia spazio ad un’interiorità che anticipa lo spirito delle ultime Sonate. Tutto è estremamente chiaro ed il senso di sospensione si lascia facilmente intuire nell’intensità contenuta in ciascun fraseggio, sonorità controllate, talvolta eteree, sembrerebbero in contrasto con strutture che esplodono nel titanismo come nelle sezioni in minore del terzo e quarto movimento. Il Largo con gran espressione, inteso più che mai in prospettiva orchestrale, contiene non solo la bellezza del cantabile ma la dimensione squisitamente umana di Beethoven. Interrogativi animati da coralità si snodano nelle zone gravi della tastiera e sembrano ricevere risposte dominate dalla dolcezza nell’accettare la dimensione umana adombrando il titanismo. Il senso dilatato del respiro musicale diventa ricerca meticolosa per Sokolov, la sua analisi della forma classica per eccellenza si fonda su precisione e controllo, riuscendo a conferire al capolavoro beethoveniano qualcosa di impalpabile che anticipa Schubert nelle sonorità morbide e cantabili. La ricerca orchestrale diventa un elemento trainante  per condurre il suo viaggio con disinvoltura tra i meandri del complesso animo beethoveniano. Momenti di luce, come nell’incipit del terzo movimento dell’Op 7,  si trasformano con rapidità in pienezza sonora nel travolgente minore della sezione centrale, lasciando spazio ad una fierezza mai ostentata. Tra le dita di Sokolov la plasticità sonora diventa il concretizzarsi della materia sonora stessa suggerendo una solidità tecnica  dosata con la precisione di un orafo ma non per questo priva di un particolare estro fantasioso. Il mistero che non viene mai svelato, ma piuttosto suggerito velatamente da Sokolov, rende avvincente la sua narrazione  ed è così che il Rondò della Sonata, espressione di virtuosismo sonoro, abbraccia pienamente lo spirito sinfonico senza mai adombrarlo. La complessità che sostanzia l’ultimo Beethoven si ritrova pienamente  nelle Sei Bagatelle Op 126 e Sokolov ne rivela la pienezza espressiva lasciando intuire agli ascoltatori quell’alone misterioso che pare  voler suggerire un contenuto espressivo talmente grande da non poter essere ingabbiato nella forma. L’idea musicale diventa quindi il vertice di questo Beethoven così enigmatico, così evidentemente precursore della musica che sarà dopo di lui. Sokolov con semplicità rappresenta questi piccoli grandi mondi appartenenti quasi all’Iperuranio e ne evidenzia gli aspetti ciclici che precedono la scrittura di Schubert nella Wanderer Phantasie Op 15 per l’idea di unità che li anima. In alcuni momenti il pianista sembra volersi affidare al Quartetto d’archi piuttosto che all’orchestra, forse per creare ancor più l’idea sonora del mistero. La seconda parte del concerto, dedicata alla maestosa Sonata D 960 di Schubert, è ormai il connubio deciso tra pensiero e poesia. Schubert è interpretato con una vena sempre nostalgica, la sonorità ricercata è umbratile e nel Molto moderato iniziale ha le sembianze di un tempo vissuto, di un cammino in cui la pacata narrazione è filtrata con semplicità. Sokolov riesce ad essere fantasioso nella sua lettura proprio nell’assecondare la scrittura con sensibilità rendendo interessante il procedere della scrittura quasi fosse la trasposizione di un sogno. L’Andante sostenuto sfiora attraverso i contrasti armonici, sottolineati con sublime raffinatezza, le corde del cuore ed è il fulcro della poetica schubertiana, fatta di momenti di abbandono in cui il mondo stesso pare distante. Se l’intento poetico espressivo gioca il ruolo principale nei primi due movimenti ecco che gli ultimi due diventano il massimo esempio di come il pianoforte di Schubert possa essere degno erede dell’orchestralità beethoveniana senza escludere un virtuosismo sostanziato da leggerezza e precisione. Dopo essere stato rapito nel mondo schubertiano il pubblico applaude entusiasta e Sokolov, acclamato più volte, rilascia generosi bis non meno interessanti del programma presentato. Chopin è il primo bis concesso, con la Mazurka Op 50 n 3, interpretata con una dolcezza  che lascia spazio a spunti epici e cantabili. La successiva Rapsodia in sol minore di Brahms Op 79 n 2 è idealmente la prosecuzione del linguaggio di Beethoven e Schubert per la pastosità di tipo orchestrale, il cui misterioso incedere è animato da un ossessivo slancio e da una gamma sonora d’effetto. Terzo bis ancora dedicato a Brahms con la Ballata in si minore Op 10 n 3 in cui l’ondeggiante tempesta iniziale si trasforma in una sezione centrale in cui Sokolov evoca altri mondi attraverso sonorità vellutate e leggere. Altra Mazurka di Chopin con l’Op 30 n 3 in cui ripercorre i moti dell’animo polacco con semplicità, ancora Chopin con il Preludio Op 28 in do minore dagli accordi in cui Sokolov rievoca presagi funerei del compositore. Sesto ed ultimo bis con il Preludio Corale in fa minore di Bach-Busoni che, con grande intensità, riesce a sfiorare l’Assoluto.

 

Vincenza Caserta