Con “Concerti Classica Treviso” ritorna in questa sedicesima stagione dopo sette anni di assenza dalle scene il Trio Veneto formato da Gabriele Maria Vianello al pianoforte, Marco Dalsass al violoncello ed Enzo Ligresti al violino. Il programma scelto per l’atteso ritorno è vario ed impegnativo ed offre un viaggio che esplora i più alti vertici della musica da camera per trio. Incipit con Beethoven del Trio in re maggiore “Gli Spettri” Op 70 n 1: il titanismo dell’autore, che sa esplorare le possibilità musicali degli strumenti creando la stessa suggestione dell’orchestra, diventa chiave di lettura d’elezione. Filtrata attraverso una lettura strumentale polivalente ecco che la scrittura del genio di Bhonn appare ancora più complessa nei suoi innumerevoli dettagli, e se il piglio sicuro con cui si manifesta già da subito l’impeto che caratterizza questa composizione non lascia da parte sonorità piene, ecco che un’espressività misurata e cantata da parte dei musicisti trasporta direttamente nel difficile mondo di Beethoven. Lo scontro tra una materia che si impone con forza, predominando nel canto sia singolo che d’insieme degli strumenti, prepara il terreno per la parte più complessa e meno scontata del brano. Ogni suggestione viene lasciata al secondo movimento, il Trio Veneto sa che è proprio in quelle pagine che risiedono gli spettri e sembra suggerire agli ascoltatori una chiave di lettura che si nasconde tra sonorità impalpabili e metafisiche. Cosa poi rappresentino gli “spettri” in Beethoven si percepisce dall’aura di mistero che aleggia nel tempo lento (il titolo apocrifo può aiutarci ad una lettura più fantasiosa). Gli spettri evocati dal Trio Veneto si manifestano con scelte sonore ed interpretative che uniscono la correttezza filologica associata alla musica di Beethoven ad una visione più profonda in cui prendono vita gli aspetti più complessi del compositore: la scelta di passare dalla tonalità epica e solare di re maggiore ad un cupo re minore evoca atmosfere in cui tutto sembra osservato attraverso un velo che avvolge rendendo il suono impalpabile. L’alternarsi del tema tra gli strumenti rende il canto intenso, inoltre i momenti in cui pare intravedersi uno spiraglio luminoso sono fatti di una materia che è diversa da quella scolpita nei due movimenti estremi. Il fulcro costituito da questo movimento è sicuramente un banco di prova riguardo alla capacità espressiva con cui gli artisti si misurano con un Beethoven legato alla materia sonora nella sua più vera manifestazione. Il terzo movimento contrasta con il precedente, ed il Trio Veneto riesce a conferirgli una luminosità decisa e circolarmente coerente con il tempo iniziale, immerso in un dinamismo dal chiaro richiamo sinfonico. In Debussy le atmosfere sono diverse ed avvolte in un’atmosfera che ancora appare legata ad una dimensione descrittiva e non astratta. L’Andantino con moto mette subito in evidenza l’aspirazione di stampo cantabile con cui il Trio si avvicina a quest’opera e  senza dubbio ogni elemento musicale non tarda a palesarsi come personaggio incantato. Non siamo nell’impressionismo che vuole lasciare prima di tutto una sensazione nell’ascoltatore, piuttosto in un livello che attraverso un’attenta lettura della scrittura segna un percorso fantastico, popolato da personaggi immaginari. Le difficoltà tecniche e timbriche che implica la scrittura per Trio sono dimenticate per la grande abilità con cui i musicisti riescono a cantare e creare un perfetto equilibrio sonoro fatto di sfumature, di una poetica leggiadra, di un saper cogliere gli aspetti in cui la coralità strumentale deve saper predominare per poi dissolversi nelle singole sezioni strumentali. L’ironia è presente nell’Intermezzo, in quel suo particolare ed estroso modo di creare un’ambientazione diversa, quasi orientaleggiante, non come esperimento ben riuscito di scrittura, ma come nuova idea in movimento verso l’immagine. Nel Finale Appassionato la vocalità raggiunge i massimi livelli, la capacità di creare musicalità che, unendo la logica coerenza con il resto del brano, riesce a dare una svolta stilistico-espressiva è perfettamente riuscita. Il Trio Veneto dimostra plasticità nell’amalgama sonora ed allo stesso tempo riesce a ritagliare per ciascuno dei componenti una propria idea di cantabilità, condivisa e coerente. Sostakovic nel Trio in do minore n°1 Op 84 diventa presentazione di qualcosa di nuovo, gli urti sonori specchio della guerra diventano elementi che si intersecano ai temi che, come un motivo ricorrente, frutto di un vissuto intenso, continuano a balenare nelle orecchie di chi ascolta. La capacità espressiva e la forza interpretativa che il Trio Veneto riesce a conferire a queste pagine è non solo interessante dal punto di vista degli equilibri ma convincente nell’aprire atmosfere diverse tra loro sapendole preparare con la giusta dose di suspence che tiene inchiodato ed attento l’ascoltatore. Nel momento in cui il Trio evidenzia i temi che riappaiono come territorio conosciuto, la bravura musicale permette di unire il livello di pura reminiscenza a nuovi spunti riflessivi. Ottima scelta nel dare diverse intensità  e caratteri alle sezioni del brano, frutto dei contrasti intrinseci nel complesso Novecento. Bis con l’andante cantabile di Mendelssohn dal Trio in re minore in cui tutto è classicamente romantico. Congedo finale con il poetico “Salut d’amour“ di Elgar che unisce leggerezza e freschezza interpretativa. Pubblico entusiasta.

 

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