Vivaldi è un autore poliedrico ed ha dedicato alla musica descrittiva gran parte della sua Opera, non finiremo mai di stupirci davanti alla sua fantasia ed al modo originale, diretto ed immediato, che ogni suo brano ci regala. Nonostante il nome di questo autore sia legato indissolubilmente al violino ci sono delle pagine che si sostanziano di immagini ancora nuove, aiutate dalla presenza del flauto. Nel Concerto del 13 settembre a Villa Necchi Campiglio, prestigiosa location in collaborazione con il FAI, i Solisti Veneti, diretti dal Maestro Giuliano Carella con la partecipazione di Massimo Mercelli, propongono l’integrale dei Concerti per flauto, archi e basso continuo. La serata è dedicata al ricordo dell’Ambasciatore Luca Attanasio a cinque anni dalla sua scomparsa nel tragico attentato (ancora oggi impunito) che lo aveva visto impegnato in una importante missione di pace.
La serata si apre con il Concerto in la maggiore, il primo dell’opera decima dal titolo “La tempesta di mare”, ed immediatamente la musica cattura gli ascoltatori, la descrizione dell’agitarsi delle onde è viva nella frizzante interpretazione dell’orchestra di Carella ed il senso di grandiosa presenza del mare viene spezzato dal canto risolutamente espressivo di Mercelli. Si passa rapidamente dalla maestosità di un galeone che pare non temere la gigantesca forza della natura ad un cantabile dolce e vellutato in cui potrebbe nascondersi l’ammaliante canto di sirene. Il flauto di Mercelli diventa voce narrante che con sciolta padronanza lascia trapelare tutti gli aspetti del virtuosismo in cui la parola chiave è senza dubbio “virtuosismo di colore”, riuscendo a far intravedere particolare luminosità con grazia. La giocosità del tempo rapido evidenzia una modalità che unisce il danzare spigliato dello strumento solista ad una caratteristica presenza di suono e di immagini in cui la partecipazione è costante e duttile. L’incipit misterioso del Concerto in sol minore “La Notte” evidenzia l’espressività del flauto, ogni sospensione narrativa pare essere l’immagine del buio che avvolge ogni cosa. Gli scenari di questi concerti dimostrano come Vivaldi riesca ad essere un pittore, non solo nelle celebri “Stagioni”, ma in tutta la sua produzione. L’impatto sonoro che privilegia toni pacati e dal deciso impatto in divenire sono avvalorati da una cantabilità che riesce ad essere un misto di dolce nostalgia nell’interpretazione magistrale di Carella e Mercelli. Anche i momenti in cui una particolare visione della natura sembra accennata tra mondi lontani e visionari, gli effetti dell’orchestra, che trasforma in eco alcune significanti frasi musicali, dimostrano una lettura attenta e partecipe senza cedimenti nella scrittura vivaldiana. L’uso del climax come immediato strumento per cambiare scenari è perfettamente in sintonia tra solista ed orchestra in tutto l’articolarsi della struttura ed è questo uno degli elementi che maggiormente colpiscono in questa interpretazione assieme al carattere onirico e visionario. “Il sonno”, che richiama immediatamente il tempo lento dalle “Stagioni”, assume nel quadro generale un significato ancora più evidente di idea flessibile del tempo musicale, inteso filosoficamente come momento di ricerca sonora ed interiore. Il vorticoso e coinvolgente procedere dei bassi d’orchestra aiuta il fluido cantabile che Mercelli sfodera con maestria. Sicuramente resteranno nella memoria degli ascoltatori la delicata bellezza dei tempi lenti che in ciascuno dei concerti ha suscitato una diversa emozione assieme agli scenari diversi creati con formidabile capacità ed immediatezza. Se prendiamo in esame interpretazioni come quella del Concerto n 5 in fa maggiore a colpire sarà nuovamente la modalità sussurrata attraverso i sordini d’orchestra assieme ai passaggi sottolineati da cromatismi che i Solisti Veneti rendono in modo elegante. In questo concerto il flauto solista sembra raccontare una fiaba con reminiscenze quasi pastorali, mentre il modo minore dell’incipit orchestrale, di grande effetto, si sostanzia della semplicità con cui i violini elaborano il loro tema. Il contrasto vivace con il terzo movimento è ancora una volta immerso in un clima bucolico in cui questa volta l’effetto è immediato e festoso. Anche le interessanti modulazioni del Concerto n 6 in sol maggiore, partendo dal convincente unisono, rendono il discorso musicale particolarmente ricco nello scambio tra solista ed orchestra in cui l’intensità sonora e di scrittura vanno di pari passo. Nei momenti in cui le fioriture flautistiche si fanno più ricche la capacità dell’orchestra di Carella nel creare sfumature fa emergere il virtuosismo del solista, e sicuramente il Concerto n 3 in re maggiore dal titolo emblematico “Il Gardellino” incanta per l’agilità del flauto, che descrive il cinguettio di un cardellino. Piace la freschezza con cui l’orchestra affronta ciascuna di queste pagine, rendendone a pieno soprattutto la leggiadria senza dimenticare la “Sinfonia della Dorilla in Tempe” RV 709, piccolo capolavoro di armonia, di cui i Solisti Veneti sottolineano con cura ogni dettaglio con vivacità (specialmente nella parte che richiama la Primavera dalle Stagioni).
Bis acclamati e differenti: la poetica di Chocolat di Portman, che unisce la delicatezza descrittiva ad una vena di vivacità frizzante, la celebre Badinerie dalla Seconda Suite di Bach, spigliata e danzante e Vivaldi da “Arsilda Regina di Ponto” con una formidabile interpretazione orchestrale .
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